Raoul Bova

Raoul Bova è l’emblema tutto italiano del pregiudizio. Se durante il suo soggiorno in America lo trattavano a braccia aperte nelle occasioni di goliardia mondana, arrivava il fatidico momento in cui veniva ghettizzato e accusato di inaffidabilità sul lavoro, soltanto in virtù di certi stereotipi duri a morire sulla faciloneria italiana. Appartenente alla schiera di giovani attori belli ma bravi, tra cui annoverare gli altrettanto talentuosi Daniele Liotti e Kim Rossi Stuart, Bova è l’eterna potenza attitudinale in attesa di tradursi in atto artistico. Il suo è il classico ruolo un po’ ingombrante del belloccio a caccia di credibilità.
Dopo essersi fatto notare in teleromanzetti di infima fattura – ricorderete il melenso Piccolo Grande Amore – ha trovato la sua immagine più congeniale nel genere poliziesco / criminale. Dalla partecipazione a tre stagioni de La Piovra alla consacrazione assoluta ricevuta dal ruolo del capitano Ultimo, la via della giustizia è stata l’uscita di sicurezza imboccata dall’attore per riscattarsi dalla nomea di bello da tappezzeria. Proprio di recente lo avevamo lasciato nei panni di un soldato italiano a Nassirya, progetto di pregio per cui ha abbandonato il grande sogno americano.
Il nostro Raoul, infatti, ha girato per l’Abc nel 2006 la prima stagione della sitcom What About Brian, che stava per aprirgli le porte della visibilità hollywoodiana. Ma lui, come racconta sulle pagine di ‘Vanity Fair’, si è rifiutato di fare il bis, conscio dei limiti per un professionista nostrano di sbancare il lunario all’estero, per di più nella serialità: “Volevo fare Nassirya per Canale5. Con gli americani mi ero impegnato per sei anni, ma il mio personaggio, un ex modello italiano,era poco più di una comparsa e non uno dei protagonisti come avevamo stabilito. Quando la sceneggiatrice, che mi aveva scelto, mi ha confessato che il ruolo non sarebbe mai cresciuto, ho detto subito che non sarei rimasto. E abbiamo trovato un accordo per fare in futuro serate e speciali di ogni tipo”.
Il suo agente americano, a questo punto, l’ha presa malissimo, liquidandolo in cinque minuti al telefono, nonostante si fossero frequentati quasi tutti i giorni per cinque anni e fosse stato proprio lui a spingerlo ad acquistare casa a Los Angeles in vista di un trasferimento definitivo con tutta la famiglia. Da allora non si sono più rivisti e, delusione a parte, Bova ha ammesso a se stesso quanto contino solo i soldi da quelle parti: se la serie fosse andata bene e lui ne avesse guadagnato in immagine il suo agente avrebbe potuto intascare milioni di dollari, ma ora il problema non si pone perchè What about Brian è stata cancellata al secondo anno di programmazione.
Per fortuna confessa di non essere stato danneggiato troppo dalla sua drastica decisione, considerato quant’è difficile uscire indenni da un forfait contrattuale con le grandi major americane.
Gli States, insomma, non gli hanno chiuso definitivamente le porte e Raoul ha potuto girare The Company, una serie tv sulla resistenza cubana anticastrista, prodotta da Ridley Scott e trasmessa quest’estate. A suo dire la cosa migliore che abbia fatto in America (altro che Alien Vs Predator). E in più sono in via di definizione altri due film, uno tipo Chocolat e l’altro d’azione.
Se non avesse fatto così tanta esperienza e gavetta oltreoceano probabilmente ora non affronterebbe la scelta obbligata del suo nuovo percorso attoriale: il cinema indipendente: “Quello è un posto pazzesco, dove nel mondo dello spettacolo c’è chi ammazzerebbe la madre pur di farsi strada. Però, allo stesso tempo, lì – chi vuole – in qualche modo riesce a concretizzare sogni e idee. Da noi, no. Si parla tanto, ma alla fien si fa poco o niente. E questo vale anche per me. Vada come vada c’è l’ho fatta. E’ stato utile. Lì sei uno dei tanti, anche se a casa tu sei una star. Io per esempio odio i provini, che ho sempre sbagliato perchè divorato dall’ansia del giudizio. Ma in America ne ho fatti tanti. Li fanno tutti”.
E’ per questo che, dopo aver realizzato un corto con Valerio Mastrandrea (3,87), ora manda nelle sale il primo lungometraggio in cui compare nelle vesti di produttore: Io, l’altro. Scritto e diretto dal giornalista e romanziere tunisino Mohsen Melliti, qui al suo debutto come regista, e girato in cinque settimane a Ponza, il film ha come protagonisti due pescatori di Mazara Del Vallo, uno siciliano (Bova) e l’altro tunisino (Giovanni Martorana), amici e soci prima, divisi poi fino alle estreme conseguenze dall’improvviso sospetto che l’arabo sia un terrorista islamico. Un film in cui Bova ritorna sul tema del pregiudizio, da sempre vissuto in prima persona ma qui denso di connotazioni politico-sociali di scottante attualità: dopo l’11 settembre chi non ha mai pensato al peggio salendo su un aereo assieme a un arabo? Il film, che presto diventerà anche uno spettacolo teatrale, è costato 700 mila euro ed è come se li avesse sborsati Raoul sulla sua pelle, visto che ha lavorato gratis.


Lui la definisce un’esperienza importante, perchè se non rischia e non soffre almeno un po’ non si sente mai del tutto appagato. E poi qui si è preso una soddisfazione personale, a dispetto di tutti quelli che gli dicevano di lasciar perdere invitandolo a puntare su scelte più sicure. Soltanto due sono le ragioni che lo hanno spinto al sì: la libertà e la tranquillità. In questo film, a differenza che in tutto il resto della sua carriera, l’attore dice di essersi finalmente liberato dall’ansia di aspettativa nei suoi confronti, spesso pari ai soldi che gli venivano dati (solo nel caso di Ultimo si è pensato allo spin-off di Distretto di Polizia, nato da una costola del primo, proprio per proseguire con una lunga serialità e un cachet distribuito tra più attori emergenti): “Io mi ritengo un uomo e un professionista responsabile, ma il peso di dover sempre e comunque fare risultato mi ha messo in uno stato ansioso e ha limitato la mia capacità espressiva. Stavolta, visto che non dovevo centrato l’obiettivo a tutti i costi perchè ero coinvolto in prima persona nel progetto, me ne sono fregato: ho osato. E ho capito che da tempo commetto un errore fatale. Cercare di avere il controllo di tutto in maniera esasperata. Una cosa assurda e controproducente, che mi limita”.
Un controllo che, probabilmente, si trasferisce anche nella vita privata, visto che un vip già stranoto del calibro di Raoul Brova si trova quotidianamente a lottare con una suocera di potere e assai temibile come Annamaria Bernardini De Pace, rinomato avvocato divorzista nonchè mamma della compagna Chiara Giordano (a sua volta redattrice alle dipendenze di Maria De Filippi). Chissà come l’avrà presa la sua famiglia, così integerrima e rigida, quando Raoul le avrà comunicato uno dei prossimi progetti a venire.
Presto, infatti, interpreterà in un film inglese un gay impegnato in scene d’amore molto scabrose (nel cast anche un premio oscar come Mila Sorvino). Il cast deve essere ancora chiuso e all’inizio il copione conteneva scene di sesso talmente forti ed esplicite (roba che in confronto Brokeback Mountain è da puritani) da richiedere una necessaria censura. Sono subentrati, infatti, nuovi produttori che le hanno ridimensionate, per evitare che il film venisse proiettato soltanto nei locali per gay. Le riprese iniziano tra settembre e novembre e, nell’attesa, Raoul evita di sottoporsi a qualsiasi tipo di distrazione e frivolezza. Dopotutto, basta poco dalle nostre parti per dividere una copertina con gli attori di Carabinieri.
Ora si cambia copione: meglio defilato ma impegnato. Rinunciando ai ruoli di eroe romantico, tra cui l’unico qualitativamente riuscito può dirsi quello de La Finestra di fronte, che rischiano solo di farlo passare per un divo telenovelico da strapazzo. Di questi tempi meglio voltare completamente pagina e, se si vuole sfondare, tanto vale farlo seriamente. Pure troppo