Mondo Marcio

La Generazione X è il solito spaccato sociologico imperniato sull’incognita giovanilistica che i media ci propinano da sempre. Se ci si mettono pure la musica e i modelli che passano su Mtv, l’operazione commerciale è fatta e ha un nome: Mondo Marcio.
Il bambino che guardava i grandi da Dentro la scatola – come nel singolo che lo ha visto spopolare con i Finley – sta crescendo. Mondo Marcio, al secolo Gian Marco Marcello, ha solo 20 anni ma le idee ben chiare: nel suo terzo album Generazione X (Emi, uscito il 22 giugno) parla meno della sua adolescenza difficile e più delle donne facili. Andandoci giù pesante.
Nel pezzo Donne Moderne dice che le ragazze di oggi si vogliono scopare i tuoi amici, le vere donne invece ascoltano cià che dici. Ma, quando ‘Vanity Fair’ insinua che possa essere masochista, ribatte fulmineo di voler semplicemente criticare una certa mentalità: “Se ci fossero dei ragazzi arrivisti come molte ragazze, avrei scritto maschi moderni. Certo, ci sono i vari Costantino, ma io mi riferisco ai programmi della De Filippi, dove c’è la ragazzina mezza nuda che vuol fare la velina. E poi non si lamentino quando si dice che la danno via subito: Cristo Santo, a 20 anni hanno già fatto vedere tutto alle otto di sera mentre guardi Striscia la notizia!”.
Eppure, l’ipocrisia di Mondo Marcio è molto più inquietante del voyeurismo a cui vanno incontro i morti di fama e i popular victim. Perché lui si è inventato un personaggio marcio che non ha nulla a che fare con il suo modo di essere, ma poteva rendergli un bel gruzzolo in tasca: “Chi sono tutte le donne che io mi faccio nelle canzoni? Ma quali donne? Io ho una ragazza fissa, per chi mi avete preso? Nelle canzoni non posso dire che trombo la stessa donna tutte le sere, non sarei interessante. Perché i ragazzi dovrebbero comprare il disco di uno che è a posto col mondo?”
Mondo Marcio è figlio delle contraddizioni del nostro tempo, diviso tra voglia di lucro e dignità compromessa ogni minuto. Ha più volte stigmatizzato, ad esempio, l’atteggiamento di una certa stampa (in particolare Il Giornale, che scavò nella sua vita privata ai tempi di Solo un uomo) sempre in cerca di sensazionalismi. “Ogni parola che usciva dalla mia bocca veniva ingigantita e travisata, e per uno come me, che detesta essere messo su un piedistallo, la cosa era diventata decisamente insopportabile”.
Ma l’essere preso a portavoce è facile, se si intitola un disco Generazione X, come sottolineato in un’intervista su ‘Rockol’: “Sì, ma attenzione: non voglio parlare per nessuno. Anzi, mi faccio scrupoli anche a scrivere blog (cura personalmente la sua pagina di Myspace, ndr) e libri (uno uscito lo scorso anno, per Mondadori, ed uno “che potrei iniziare a scrivere tra poco…”), per non sovraespormi. Semplicemente racconto come vedo la generazione dei ragazzi che hanno la mia età. I ventenni di oggi sono stati convinti a credere in qualcosa – soldi, lavoro, successo – che poi si è rivelato effimero, soprattutto di fronte agli esempi che il mondo adulto continua ad offrire…”.
Ma come la mettiamo con l’ossessione, tutta hip hop, per la fama e la grana?
“No, è diverso. Credo sia giusto dedicarsi in toto, anche a scapito della propria vita privata, ad un progetto al quale si crede fortemente, come un disco, perché bisogna sempre cercare di realizzare i propri sogni. Trovo invece alienante ammazzarsi di lavoro per uno stipendio fisso… I soldi? Sono solo un mezzo che spesso rende le cose più facili, tutto qui: sarebbe ipocrita negarlo. Ma non ne sono ossessionato”.
Peccato che marciare sulla storia del rapper maledetto, vecchia come il Mondo, sia alquanto fuorviante per qualsiasi fan acritico a caccia di identificazione. Dietro la maschera del ragazzo disagiato, infatti, si nasconde l’ipocrisia del ghetto fighetto. E chissà che proprio per questo non diventi un modello senza valori da prendere ad esempio.