La maledizione della pirateria al cinema

25-05-07

La deroizzazione del canone è un passo obbligato dell’evoluzione di qualsiasi genere. Come nell’antichità greca e romana il dilagare di satira e commedia nasceva da una costola dei modelli alti, inevitabilmente umanizzati per stare al passo coi tempi, così il grande schermo americano ha visto trionfare le saghe parodistiche innegabilmente mutuate da motivi tradizionali. La rivisitazione dell’archetipo, dunque, in chiave ironica e dissacrante diventa l’unica soluzione per garantirne la sopravvivenza. Peccato che da qui all’effetto trash, in quanto emulazione fallita di un modello alto, il passo sia breve.
E’ un po’ questo il maleficio che ci è stato inferto dalla Maledizione della pirateria cinematografica, il travolgente fenomeno da botteghino che ha lanciato nuove icone, destinate a snaturare l’immaginario piratesco nell’era dei media.
Quando il produttore Jerry Bruckheimer propose di fare un film ispirato a una delle attrazioni storiche di Disneyland, alla casa di Topolino ci fu immediato scetticismo. Un film sui pirati? Una follia, un genere troppo datato in cui anche Steven Spielberg, con ‘Capitan Uncino’, si era preso una delle rare delusioni della sua carriera. E inoltre si è sentito di tanti film andati bene che hanno generato nuove idee per un parco divertimenti, ma l’inverso? Un film a puro scopo di divertentismo infantile fondato su una goliardata di 40 anni fa? Quando poi diedero il via a Pirati dei Caraibi e iniziarono a circolare le prime scene con Johnny Depp che biascicava le parole, codardo, effeminato e senza nemmeno una benda sull’occhio come ogni pirata che si rispetti, allo studio iniziarono a tremare per la paura di un disastro colossale. Due miliardi di dollari dopo, senza contare i Dvd, i Pirati dei Caraibi sono diventati uno dei più grandi successi del cinema del nuovo millennio.
Ora che Pirati dei Caraibi: Alla fine del mondo, il terzo e ultimo capitolo della saga, è arrivato in Italia, rischia di superare negli incassi Il signore degli anelli. Un vero fenomeno, ma perché? Come si spiega che in America come in Italia piuttosto che in Corea o in Argentina milioni di persone attendono ansiosamente il ritorno sugli schermi di questa surreale combriccola dei mari? “Le buone idee con una buona sceneggiatura e un buon regista andranno sempre bene, che si tratti di film grandi o piccoli”, sostiene Bruckheimer. La storia del cinema è in realtà piena di esempi che contraddicono il mega-produttore, ma è certo che i suoi ‘Pirati’ hanno originalità e freschezza, che sono una voce nuova.
Il segreto del successo sta tutto nell’ibrido impasto di ingredienti eterogenei, che mescola Salgari, tradizioni hollywoodiane ed effetti speciali. Il risultato è una pirotecnica avventura a base di arrembaggi e suspence, smorzata da molta ironia, una love story e un accenno di horror fiabesco.
I protagonisti non hanno nulla a che spartire con i pirati dell’austera tradizione letteraria, non rivendicano né eroismo né pretese, il loro solo obiettivo è quello di offrire allo spettatore due ore e passa di puro e onesto svago, con dentro un qualcosa per ogni membro della famiglia. Per i bambini, ci sono gag e momenti divertenti che coinvolgono anche gli animali. Per le donne, c’è quel tanto che basta di sexy e di romantico. Per gli uomini, ci sono azione e avventura a volontà. E per tutti c’è un ritmo che si lascia perdonare se qua e là c’è una contraddizione o un personaggio o una situazione che non hanno senso. Cannibali buffoneschi. Un gigantesco e demoniaco polipo. Fantasmi un po’ pesci e un po’ pirati. Fughe rocambolesche. E poi c’è lui: Johnny Depp.


In 20 anni di carriera, il suo nome è sempre stato accompagnato ad aggettivi quali ribelle, eccentrico, solitario, indipendente, iconoclasta. Insomma, il classico bel tenebroso un po’ maledetto, in grado di competere con il James Dean di Gioventù Bruciata. Forse non è mai stato il ‘bad boy’ descritto dalla stampa popolare, ma certo nessuno ha mai lavorato più alacremente di Johnny Depp per non diventare una star, tenendosi lontano da mega-produzioni e sequel, lavorando ripetutamente con Tim Burton e con registi come Terry Gilliam e Jim Garmusch. Per vent’anni ha fatto rigorosamente film indipendenti e non convenzionali, ha alle spalle, come dice lui con orgoglio, “una carriera di fallimenti”, riferendosi a Edward mani di forbice piuttosto che a Ed Wood o Blow. Poi è arrivata la paternità e la voglia di mettere la testa a posto. Ed è stato proprio per accontentare i propri figli che ha deciso di fare ‘Pirati’. “Ci sono le spade?”, chiese alla Disney quando gli proposero la parte del protagonista. “Sì”, gli dissero. “Okay, ci sono”, fu la sua risposta. E adesso è a detta di molti il piu ricercato attore di Hollywood, amato e pagato più di Tom Hanks e di George Clooney.
Intervistato da La Stampa’ via satellite, mentre era sul set di Sweeney Todd, il musical di Tim Burton che sta girando a Londra, ha così espresso un suo bilancio sull’ingaggio più riuscito della sua carriera: “Pirati è nato come una trilogia ed è stato, per tutti, una grande esperienza. Sono grato di avere avuto questa opportunità, mi sento l’uomo più fortunato al mondo. La trilogia ora è completa e che cosa accadrà dopo non lo so. Certo, il finale del terzo espisodio lascia la strada aperta a un quarto e anche a un quinto e per il capitano Jack ci sono sempre nuovi territori da esplorare. Diciamo che se ci sono tutti gli elementi giusti, sono completamente aperto all’idea”.
Nel film è tornato anche Keith Richards, il chitarrista dei Rolling Stones a cui è ispirato il suo capitano e che rivste i panni del papà pirata. “Quando Keith è venuto sul set, alle Bahamas, sono accorsi tutti. Contabili, gente di marketing e pr, che stavano normalmente dietro le quinte: ecco cos’è una vera star. Il mio successo? Non me ne rendo ancora conto: per anni sono stato fortunato se cinque o dieci persone andavano a vedere i miei film. Quando ho accettato la parte nessuno di noi immaginava che sarebbe andata così: ora so che la mia famiglia vivrà senza problemi per molti anni, forse generazioni a venire”.
Ancor più frastornato, ma al contempo scombussolato, da questo successo è Orlando Bloom, il garzone coraggioso Will Turner che fa da contraltare romantico al buffo personaggio di Depp, vista la sua tormentata storia d’amore con Elisabeth Swann (interpretata da un’altra attrice del momento come Keira Knightley). Bloom nel 2003 usciva da un’altra trilogia dalle fortune inaspettate, quella del Signore degli Anelli, dove interpretava l’elfo Legolas. Per lui, reduce da due particine televisive, da qualche spettacolo a teatro e da un promettente ma brevissimo cameo come ragazzo di strada nella biografia cinematografica di Oscar Wilde, dev’essere stato uno shock trovarsi, improvvisamente, il carnet degli impegni totalmente pieno, senza nemmeno una settimana libero, per i successivi quattro anni.
Orlando non ha avuto tempo di abituarsi alla fama e, in un’intervista rilasciata a ‘Vanity Fair’, ammette di non poterne più di saghe e fantasia: “Una cosa è certa, se andranno avanti, io non farò parte del cast. Intendiamoci, sono grato ai Pirati e al Signore degli Anelli per tutto quello che mi hanno dato, e non cambierei una virgola della mia carriera. Ma, dopo due trilogie come queste, ho voglia di fare film indipendenti, dove posso interpretare personaggi con maggiore approfondimento psicologico. Un attore deve passare per due o tre flop prima di trovare la sua identità. Lo stesso Johnny Depp oggi è una star del cinema mondiale ma molti dei film che ha fatto non li ha visti nessuno”. A proposito di Depp, tra i due sex-symbol della saga piratesca c’è chi spesso insinua motivi di rivalità, perchè, dopotutto, la primadonna di Pirati, con il suo fascino metrosexual e la sua virilità anticonvenziale, è proprio Jack Sparrow. Eppure, Bloom mette da parte ogni invidia sospetta, andando fiero del fatto che è “Will, con il suo attaccamento al padre e il suo amore per Elisabeth, ad emozionare di più gli spettatori”.
Una cosa è certa, dopo l’era triviale di American pie, che metteva alla berlina il sesso nel tipico contest del collage adolescenziale, e la saga demenziale di Scary Movie, tutta horror e lazzi, la Disney ha trovato la sua gallina delle uova d’oro nello sfottò ai pirati. Per fortuna, verrebbe da dire, per il western hanno pensato a qualcosa di un po’ diverso, dirottando in chiave omosessuale ma mai ridicola un altro genere storico della tradizione filmica di tutti i tempi (Brokeback Mountain docet). Insomma, meglio due cowboy gay che deficienti.