29/05/07
“Pogano, fumano, sniffano. Sbroccano, sclerano, spaccano. Schiavi dell’Ipod, drogati di sms. Lei fa sesso nei bagni della disco, lui s’impasticca e recluta clienti. La peggio gioventù? Macché. I nuovi pre-adolescenti. Foto di gruppo di una generazione che si muove in branco e va di fretta” (Nicoletta Melone per ‘A‘)
Questi sono i nuovi teenager che ci raccontano i media. Questo il ritratto di un target che fa sempre più gola a scrittori giovanilisti come Federico Moccia o a improvvisati cronisti come Marida Lombardo Pijola. Tutti conosceranno la saga di Step, che con il suo bullismo elevato a valore positivo si è tramutato in un vero e proprio modello per i giovani d’oggi, perché se sei te stesso ti fai anche perdonare un cazzotto di troppo. Ma in pochi sapranno che, oltre il romanzo dei sentimenti adolescenti, si sta erigendo un nuovo impero, fatto di reportages documentaristici che ingigantiscono il caso ed esasperano il fenomeno. L’immagine di una generazione che brucia le tappe, con teppisti in prima media e aspiranti veline con i denti da latte, non è stata catturata da un qualsiasi videofonino per esporla al pubblico ludibrio virtuale. Schizza fuori dal libro di una giornalista madre di tre adolescenti, Marida Lombardo Pijola appunto, che ha appena scritto il libro Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano principessa. Ora li chiamano libri-inchiesta. Ma, andando al di là delle apparenze, sono diari scandalistici come tutti, nati dal preciso intento di fare business su un fenomeno dalle grandi potenzialità commerciali. L’autrice in questione lo ha scritto dopo un viaggio da infiltrata nelle discoteche pomeridiane riservate ai ragazzi, locali dove baby girls del background dei Mocciosi – neologismo coniato per gli emuli del teen-guru, si dimenano sul cubo giocando già a fare le sexy, mentre sbarbatelli dell’ultima ora si danno al lucroso pierraggio. Una realtà sicuramente da non sottovalutare. Ma che non rappresenta l’intero universo giovanile e rischia solo di fuorviare, o peggio ancora di creare nuovi consensi. A sostenere fino in fondo quest’opinione non è il primo genitore moralista di turno, ma la testimone della meglio gioventù, quella dei ragazzi puliti e sereni che sono piaciuti ai giovani del nuovo millennio per la loro incontaminata semplicità. Si tratta di Cristiana Capotondi, che sempre sul settimanale ‘A‘ prende una posizione netta contro i libri incentrati sulla gioventù malata, le adolescenze perverse e le trasgressioni precoci:
“Qual è la notizia? Le bambine che fra gli 11 e i 14 anni fanno la lap dance in discoteca e poi fanno sesso per pochi soldi? Ma quelle sono deviazioni sempre esistite. Bisognerebbe parlarne il meno possibile. Altrimenti ai coetanei può venire l’idea di imitarle. Viviamo nell’epoca dell’esibizionismo, dell’immagine. Il desiderio di apparire per gli adolescenti oggi sembra una necessità. In realtà è l’adulto che ha una specie di perversione. Non è solo voyeurismo: è la tensione al male che c’è nella vita. Perché non si parla mai di adolescenze belle, di chi lavora per pagarsi gli studi, di chi ha degli obiettivi che vuole realizzare?”
Cristiana racconta di essersi diplomata al liceo con 95 centesimi, nonostante già lavorasse. Non aveva tempo per le vacanze, la sua è stata un’adolescenza come tante ma favorita da una passione sana, che la spingeva a dare il meglio di lei. Eppure non è stata una semplice privilegiata, cresciuta in un ambiente protetto. E’ cresciuta a Trastevere, andava a scuola a Monteverde vecchio e ha avuto dei compagni di scuola morti di overdose. Il male le è passato vicino, ma lei l’ha allontanato. E a suo parere non bisogna neanche parlarne troppo male, perché è meglio dare modelli positivi per incoraggiare i giovani. Insomma, un’attrice come lei, che respira questi temi nel grande schermo oltre che nella vita di tutti i giorni, non ne può più dei luoghi comuni, delle speculazioni, dei bla-bla. Il suo j’accuse, dunque, spazia fino al mondo dello spettacolo:
“Prendiamo le giovani attrici come me. Quelle che ora stanno lavorando e che aiutano il cinema italiano. Parlo di Jasmine Trinca, Laura Chiatti, Carolina Crescentini. Nessuna va in giro smutandata, nessuna di noi un giorno sì e un giorno no finisce arrestata o nei centri di disintossicazione. Eppure, lo star system guarda oltreoceano, alle Britney Spears, alle Lindsay Lohan. Perchè qui fa fico fare le robe strane. Ma tu hai capito che c’è una compagnia telefonica che ha preso Paris Hilton come testimonial, una che è appena finita in galera per guida senza patente? Ma ti rendi conto! Quale messaggio mi dai? Se invece sei sana e normale non vai bene. Io sono stata candidata al Nastro d’argento e al David di Donatello senza essere paparazzata. Una vita normale la mia, eppure ai giornali italiani non interessa, si preferisce puntare sulle trasgressione. Io ti posso raccontare cose belle, di lavoro, di professionalità, di esperienza, di impegno. Ma chi la vuole ascoltare questa roba qua”.
Certo, le crisi le ha avute anche lei, tutte le volte che si è detta: ‘Vaffanculo l’università, ma che, davvero io devo stare a ferragosto a sottolineare libri?’. Eppure, rivendica di appartenere alla categoria di quelle che… la notte prima degli esami studiano. Sarà forse per questo che non ha partecipato al sequel contemporaneo della nota saga scolastica, decisamente più smaliziato del precedente
E’ del suo stesso parere un suo vecchio collega di set, Giorgio Pasotti, che ha lavorato con lei nel film Volevo solo dormirle addosso. Quest’ultimo, anzi, rincara la dose contro i film giovanilisti ed è orgoglioso di non averne mai fatto uno:
“La colpa è dei media e di chi si presta al loro gioco. Mi fanno tanto ridere queste etichette tipo bello e dannato. Non è che bastano due tatuaggi e due orecchini per esserlo. I belli e dannati erano attori veri come Steve McQueen: una faccia da bravo ragazzo e un’infanzia disgraziata, è stato pure in riformatorio. Meglio diventare un grande professionista, è quello che auguro a Scamarcio. Il divismo può dare alla testa, è un mestiere pericoloso, il nostro, ci si brucia in un attimo”.
In conclusione, dopo pupi e ninfette dell’editoria porno-romantica, di cui è appena uscito l‘ennesimo romanzetto iniziatico tratto dal blog di Carolina Cutolo, e idoli di filmetti scacciapensieri da appendere al muro, c’è l’ultimo lato che completa il quadro sociologico: i giovani della rete. Mettono la famiglia al primo posto, vivono con il filtro del telefonino e dell’Ipod e le avventure le cercano su Second Life. Questi sono i ragazzi italiani visti da chi li conosce bene: il boss di Mtv Antonio Campo Dall’Orto. Fin dall’inizio del suo mandato ha commissionato ricerche di mercato per capire chi fossero i ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Desideri, paure, sentimenti, gusti. Tutti tradotti nel linguaggio asettico della statistica, quello dove la ricerca della felicità è un numero decimale e i cambiamenti si misurano con il variare delle percentuali. La prima di queste ricerche è datata 1997, l’ultima 2007, ed è stata fatta per il decimo anniversario della rete musicale. In mezzo a queste due date, la rivoluzione digitale, che ha cambiato il mondo, e soprattutto ha cambiato chi è cresciuto in mezzo:
“I giovani? Vogliono pochi rischi ma tante vite. Virtuali. Potrei dire che i giovani di oggi sono anziani. Ci sono degli elementi che tradizionalmente caratterizzavano l’adolescenza. Per esempio il viaggio come conoscenza del mondo, la contrapposizione con gli adulti, il superamento della figura paterna e materna eccetera. Oggi sono scomparsi. La rivoluzione più grande riguarda la tecnologia. Prima era uno strumento, adesso è un ambiente. Oggi i diciottenni vivono in un mondo ipertecnologico: chattano, scaricano musica, giocano in rete con i videogame, vivono un po’ della loro giornata su Second Life. I giovani d’oggi non sono molto giovani, e non amano particolarmente il rischio. E poi il virtuale è molto seducente. Permette di vivere tante vite, di inventarsi un ruolo, un personaggio nuovo ogni volta che se ne ha voglia. Regala adrenalina, con pochi rischi. Un tempo conoscere una ragazza poteva essere una piccola via crucis. Si dovevano vincere timidezze, paure, si facevano brutte figure. In chat è tutto molto attenuato. Inoltre, per loro la casa è sinonimo di protezione, e nella loro scala di valori l’affettività e la famiglia sono in cima a tutto. La famiglia, molto più di dieci anni fa, è per i ragazzi un punto chiave della loro vita. La percezione di una famiglia protettiva, sempre e comunque accogliente, è un fattore così importante solo da noi”.
Dopo questa impeccabile disamina, Dall’Orto invita comunque ad essere più leali con questa generazione, perché il mondo si fa sempre più complesso e dunque spaventa. E’ naturale, secondo lui, che molti si cerchino un’alternativa seducente, affrontando la realtà con il filtro della tecnologia. Ma chi ha quindici o vent’anni oggi è per alcuni aspetti molto più maturo dei ragazzetti di un tempo, meno idealista e più capace di leggere tra le righe dei messaggi (non solo quelli telefonici):
“E poi sono capaci di fare mille cose contemporaneamente, sono travolti da un fiume di informazioni e selezionano quelle che gli interessano. Non trovano mai il tempo per approfondire. Un tempo il sapere era verticale, oggi è orizzontale e diffuso. Privo di tempi morti. In tutti i campi”.
Ognuno dice la sua e pensa di sapere esattamente cosa passa per la testa di questi giovani. Ma, si sa, dalla teoria alla pratica c’è sempre una bella differenza. Forse, vale la pena ascoltare la Capotondi, che non si basa su analisi di mercato. Perché lei prima ci è passata, dentro e fuori dal set. Nella vita reale.
