Gay in tv: fa chic solo se diverso, da CentoVetrine al Bivio

4-02-07
Questo articolo merita una doverosa premessa per qualsiasi fraintendimento o risentimento della categoria possa generare: non vuole essere una dichiarazione di omofobia. Ma semplicemente mettere ordine in quel bombardamento di fatti e opinioni sull’argomento da cui siamo sommersi. Soprattutto nell’immaginario visivo contemporaneo.

Che la tv, specchio dei tempi, sia invasa dalla nuova moda dell’outing mediatico e della spettacolarizzazione omosessuale è un dato innegabile. E parlare di oscurantismo, di questi tempi, è sicuramente fuorviante visto che il tema è ampiamente sviscerato nelle sedi più variegate. Partendo dalla finzione scenica, che vede nella pièce teatrale Beautiful Thing, attualmente in scena al Teatro Rossini di Roma, la crisi di Pamela Prati alle prese con il coming out del figlio adolescente (interpretato dal vincitore della scorsa edizione di Amici,Ivan D’Andrea, che si innamora non a caso di Robert Iaboni, suo ex collega del reality). Al cinema, invece, in Manuale d’amore2, vediamo la tragicomica vita di coppia di Antonio Albanese e Sergio Rubini, una coppia gay nel profondo sud che sconta la crudeltà del pregiudizio provinciale e trova l’unica via di salvezza nell’isola felice per il riconoscimento dei diritti omosessuali, la Spagna di Zapatero. 
Intanto in tv, su Italia1, è appena sbarcato il telefilm Huff, ennesima serie ospedaliera americana avviata dal trauma di uno psichiatra che assiste al suicidio di un paziente 15enne reduce dalla fatidica confessione ai suoi genitori. 
Insomma, le controverse problematiche dell’omoaffettività hanno trovato il proprio spazio nei mezzi di comunicazione di massa, fino ad acquisire un rilievo predominante, esasperato, ossessivo. Prendete Maurizio Costanzo, che si è talmente preso a cuore la causa da non poterne più fare a meno, andando alla ricerca del dettaglio più pruriginoso e del particolare più torbido di storie estreme, sensazionalistiche e dunque vendibili sul mercato dei sentimenti media-ti. 
E’ qui che nasce il punto dell’eccesso comunicativo, che vede un legittimo bisogno di normalità e di accettazione del diverso tramutarsi in una carnevalata dell’eccesso a scopi speculativo-commerciali. 
Maschere come Platinette e Vladimir Luxuria - come negarlo – fanno colore davanti all’obiettivo, sfruttando, talora, la loro nobile sensibilità per la tolleranza sociale a fini propagandistici e autocelebrativi. 
E’ qui che la cultura gay e l’assoluta certezza delle proprie teorie genera una forma di razzismo all’incontrario, che tramuta le perplessità eterosessuali verso uno strapotere televisivo irrefrenato in atti di discriminazione. 
E’ così che si accentua il divario della diversità mortificando la possibilità di un confronto affrontato ad armi pari, cosicchè a rimetterci è sempre e solo la gretta normalità. 
Tornando ai coraggiosi tentativi di rappresentazione omosessuale nel piccolo schermo, ce n’è uno di stretta attualità difficilmente condivisibile. Si dà il caso, infatti, che all’ora di pranzo, in una rete familiare come Canale5, vada in onda a Centovetrine il lesbo-chic. 
A una soap edulcorata come poche va dato sicuramente il merito di una rappresentazione cruda e brutalmente realistica della quotidianità. Ma, considerato che l’alto tasso di scene hot stava già invadendo le normative sulla fascia protetta, raccontare una complicità tra donne carica di erotismo è alquanto licenzioso in orario pomerdiano. Perchè, anche in questo caso, un’intesa tra due persone dello stesso sesso non viene presentata in termini puramente sentimentali e amorosi, ma sfocia nella trasgressione, nella malizia, nell’attrazione sessuale nuda e cruda. Si fa un gran parlare di rivendicazione dei pacs, di drag queen alla camera, di personaggi celebri che convivono serenamente con la propria omosessualità dichiarata. 
Ma per i veri ragazzi normali, quelli che vanno protetti dalle conseguenze di una società favorevole a Platinette ma non alle favole di Lino Banfi, vige ancora aria di censura. 
Basti pensare a molti dei ragazzi di Amici, costretti a nascondersi dietro le apparenze e tutelati in virtù delle loro ardite preferenze sessuali, perchè in rete se ne scrivono già tante senza che siano i diretti interessati a sputtanarsi. Molti dei concorrenti di Amici sono gay ma non possono dirlo, quantomeno nel corso della partecipazione al programma, perchè perderebbero il ruolo di teen idols e infrangerebbero i sogni delle loro fans. Eppure su internet sono oggetto di un gioco spietato, spesso istigato dalla stessa comunità omosessuale, che si interroga perversamente sulle loro fantasie più segrete organizzando gare a chi è più frocio. 
Ma spesso a soffrire del divario tra perbenismo e guardonismo sono anche i meno giovani, quelli che hanno dovuto aspettare la maturità inoltrata per uscire allo scoperto. Esempio lampante ci è offerto da Leo Gullotta, uno che per anni si è vestito da donna senza poter ammettere a se stesso e agli altri la più intima verità delle proprie inclinazioni affettive: ”Sono rimasto etero fino a trent’anni, prima di scoprire la mia omosessualità. Il mio coming out l’ho fatto solo nel 1996, alla soglia dei 50 anni, davanti a un giornalista. Costui, spegnendo il registratore, con grande rispetto per la mia privacy, mi chiese se ero gay. Gli risposi che lo ero. E lui: “Perchè non l’ha detto prima?”. E io: “Perchè nessuno me l’ha chiesto”. In verità molti sapevano di già, tanto che qualche blocco nella professione l’ho avuto. Nulla di che, fa parte del gioco. In compenso molti mi scrivono, mi chiedono consiglio e io cerco di rispondere come posso, perchè ho il gusto della condivisione. Non tutto è facile in questa Italia, anche se, per fortuna, i progressi ci sono stati”. 
Basterebbe qualche transgender in meno per far lievitare gli ascolti del Bivio e un po’ di cuore in più, come quello di Leo. Se serie pregiate come L Word e Queer as Folk sono state esiliate dalla tv generalista per i contenuti troppo spinti, non è detto che le storie tutte italiane facciano meno scandalo. 
Anzi producono un sensazionalismo ancora più stridente, la marketta della checca che ne preclude la più intima verità.