Da Dirt a Vallettopoli, il gossip-ricatto che fa rimpiangere il Papirazzo

3-07-07

C’è un telefilm in attesa di collocazione che, per una strana ironia della sorte, non interessa proprio a nessuno. Ma, ci sarebbe da aggiungere, non ancora visto che il suo potenziale esplosivo si sposa a pieno con la miccia degli odierni scandali al sole. Trattasi di Dirt, lo sferzante serial dell’Fx made in States (nulla a che vedere con il palinsesto godereccio della versione nostrana) che va contro il sistema del gossip internazionale. E che, in una cornice da tabloid americano, riesce a rappresentare causticamente le peggiori nefandezze sensazionalistiche del giornalettismo contemporaneo.
A dar volto al malcostume editoriale è Courtney Cox, la fragile Monica Geller di Friends, che per l’occasione tira fuori gli artigli ritagliandosi un ruolo di grido. La sua nuova Lucy Spiller è un’implacabile direttrice responsabile di una testata scandalistica il cui nome, che è anche il titolo alla serie, è piuttosto eloquente: “Dirt“, traducibile letteralmente con sporcizia. Ovvero la spazzatura cartacea, che è quella da cui non riusciamo più a riemergere per l’alto tasso di cinismo e ipocrisia in essa contenuto.
Nel caso dellla nostra protagonista seriale, il potere è tutto e non c’è bassezza o ricatto che le possa sollevare degli scrupoli di coscienza. L’importante è mantenere il proprio primato dirigenziale e il pieno possesso della scrivania, dimostrando a se stessa di aver fatto carriera. L’unica cosa che conta, a tal scopo, è riuscire a immortalare gli “scatti” più compromettenti sulle star di Hollywood, anche a costo di snaturarne o comprometterne il vero significato. Dopotutto, ci sarà sempre un mostro da sbattere in prima pagina per soddisfare il morboso voyeurismo dei lettori.
A tal punto entra in scena Gibson Horne, il più stretto collaboratore di Lucy, il suo fotografo migliore a cui vengono affidati gli scoop più importanti. A contraddistinguerlo, però, è una particolare forma di schizofrenia, che lo vede in preda di continue visioni allucinate in grado di alterare la sua percezione della realtà. L’unica ancora fra Gibson e il mondo reale sembra essere la sua datrice di lavoro, che nonostante questo non si fa scrupoli ad usare la sua influenza per costringerlo ad eseguire compiti che qualsiasi altro paparazzo rifiuterebbe. Come estorcere verità clamorose agli allocchi di turno, barattando un’intervista esclusiva a scopo rilancio con una rivelazione shock che potrebbe rovinare la vita di un collega o di una persona amica.
Tra invidie e delazioni, mezzucci poco ortodossi e compromessi disperati pur di ritrovare o conquistare l’agognata celebrità, la morale di questa favola così spietata irride al facile successo e alla mancanza di polso delle starlette, semplice pedine pilotate da un business squallido. Perché la via per diventare popolari è irta di ostacoli perversi e di mosse dequalificanti, che inducono a svendere la propria dignità per un pizzico di visibilità.
Vi ricorda niente questa graffiante retrospettiva dello star system oltreoceano? In fondo, fino a qualche anno fa, sembravamo assai più indenni alle bufale delle cronache estere, in grado di gettare fango su Lady Diana con una serie di malelingue infondate o di spacciare questo o quel vip per moribondo (ricordiamo Pamela Anderson o, più di recente, Angelina Jolie). E tutto questo sulle pagine dei quotidiani, costrette ad attingere dalla stessa melma di cui si alimentano settimanalmente le peggiori rivistacce del settore.
Tornando dalle nostre parti, sembrano passati lustri da quando ci si lamentava delle scorribande catodiche di Enrico Papi, il guastafeste per eccellenza della movida vip che ha introdotto sugli schermi nostrani il gusto agrodolce del gossip. Quando conduceva Papi quotidiani nell’estate 1996 di Canale5, sulla scorta di Fatti e Misfatti che lo vide nel 1993 nelle vesti di primo giornalista provocatore Rai e poi di Italia Sera nel 1995 con la rubrica Chiacchiere, apparve davvero come la pietra dello scandalo visto che mai nessuno, prima di allora, aveva portato in tv la figura del paparazzo (poi neologisticamente deviata in Papirazzo, titolo omonimo di una successiva trasmissione di Italia1).


Come Wikipedia insegna, con il termine paparazzo si definiscono in modo dispregiativo i fotografi specializzati nel riprendere le celebrità in occasioni pubbliche e nella loro sfera privata, vendendo a caro prezzo le foto più scottanti. Questo bizzarro nominativo è stato coniato dal film di Federico Fellini La dolce vita, nel quale un personaggio che esercita questa professione, più volte interpellato dal protagonista Marcello Mastroianni, ne porta (al plurale) il cognome.
Fellini modellò il suo Paparazzo sui racconti di Tazio Secchiaroli, celebre fotografo dei divi nella Roma degli anni sessanta. Per la scelta del nome, il regista si ispirò al personaggio di un romanzo di George Gissing che Fellini stava leggendo all’epoca: Coriolano Paparazzo era il nome del proprietario d’albergo che ospitò lo scrittore inglese a Catanzaro durante un viaggio in Italia.
Il termine paparazzo è stato poi utilizzato dalla stampa di tutto il mondo, diventando così di dominio pubblico, in occasione dell’incidente mortale di Lady Diana e Dodi Al-Fayed a Parigi nel 1997, causato da una corsa ad alta velocità nel tentativo di sfuggire a un gruppo di fotografi d’assalto. Il neologismo in questione ha anche fornito il titolo ad alcuni film dedicati ai fotografi professionisti specializzati nella ricerca di pose proibite dei divi, tra cui il più scafato Paparazzi targato Neri Parenti che ha visto nel mirino una miriade di volti noti da scoop assicurato.
Insomma, la storia del gossip riserva delle sorprese infinite ma i capitoli più sordidi e scandalosi ce li riserva il presente, dominati da un losco figuro che sarebbe meglio non nominare (per evitare di fare il suo gioco), che con una Corona marchiata sul petto fa il bello e il cattivo tempo dell’attualità estiva. Ormai la sua Vallettopoli è la gallina dalle uova d’oro del momento, che ha fatto inventare a Mentana uno strepitoso format – come argutamente rileva il critico Dipollina – a metà tra il dovere di cronaca dall’indubbia professionalità e la speculazione a caccia di ascolti.
Poi, d’altro canto, c’è Lucignolo Bellavita che, in cambio di servizi a getto continuo con cui calamitare l’attenzione del pubblico, sistema il suo fotografo di fiducia, alias Bicio, un vero personaggio da obiettivo. Un mestiere come il suo è tra i più ingrati ma, siccome qualcuno deve pur farlo, tanto vale infarcirlo di considerazioni piccanti e linguaggio cameratesco dal successo televisivo assicurato.
Ormai il copione che va per la maggiore è quello che vede recitare i nuovi furbetti del quartierino nel ruolo di vittime del sistema. E, in fondo, The Crown’s Man ci è quasi riuscito, a incantare orde di fans plagiati, perché dopotutto sa il fatto suo e ha ben compreso il potere ammaliatore della parola, più incalzante di qualsiasi scatto rubato.
Di fronte a uno pungente e astuto come lui, persino il temibile Lele Mora diventa un agnellino, spaurito e inerme di fronte a una telecamera che non sa pilotare come i suoi adepti. Quando si dice, l’allievo ha superato il maestro, ma a beneficiarne è stata l’intera brigata, pronta a rimpinguarsi dagli innumerevoli frigoriferi della magione estiva per seguire in compagnia la sua ambita performance a Matrix. Mancano solo loro nel tempio della vita Smeralda, Nina Moric e il suo bullo a scoppio ritardato che fa invidia all’inflazionato Costantino. Ed è l’ora di stare in guardia, perchè il regista del nullatalento mediatico ha deciso di rubarsi la scena e a tutti gli altri non resta che fare da comparsa (o vendersi a uno scoop che sa di ancora più sporco)